venerdì 28 agosto 2009

Versilia in musica [3]

Continua la rubrica Versilia in musica con la proposta di un'intervista da me realizzata ad uno dei gruppi più originali nel riproporre la musica del poeta e cantautore genovese Fabrizio De Andrè, i Kinnara.


Due chiacchiere con i Kinnara


Tra i migliori interpreti della musica di Fabrizio De Andrè in Italia i Kinnara, il cui nome prende spunto da personaggi della mitologia indiana, si sono formati alla fine del 2001 a Massarosa.
Paolo Pardini e Giovanni Bianchini, ottimi musicisti e amici di vecchia data, hanno sentito “l'obbligo” e il dovere di fare un omaggio a Fabrizio De Andrè e con l’aiuto di Sergio, memoria storica deandreiana e fratello maggiore di Paolo, sono riusciti in poco tempo a creare un gruppo omogeneo, che, pur avendo all’interno musicisti di diverse estrazioni, tutti provenienti dalla provincia di Lucca, è riuscito ad entrare nello spirito e nella poetica del grande cantautore genovese.
Nel 2002 cominciano le prime poche uscite, con favorevolissima accoglienza di pubblico e di critica, proseguite negli anni a seguire sempre più numerose.
Per quanto riguarda la loro produzione discografica, hanno pubblicato nel 2005 un CD, “Il disordine dei sogni” ormai esaurito, interamente dedicato a Fabrizio De Andrè, con dieci canzoni registrate in studio e due pezzi live mentre da poco è uscito un album, “11 Gennaio ‘09”, n cui il cantante dei Kinnara Paolo Pardini e il violinista Jan Rafael Tvrdy reinterpretano, con insolito spirito filologico, dieci brani del grande poeta e musicista ligure.
Sergio Pardini e i Kinnara stessi hanno voluto rispondere ad alcune mie domande.
Quindi senza perdere altro tempo lascio a loro la parola!

Per chi non vi conoscesse potete presentarvi? In due parole chi sono i Kinnara?
I Kinnara in realtà non sono un gruppo chiuso ma un progetto che cerca di portare in giro, dove è possibile, la musica cosiddetta d’autore, definizione che non amo ma che rende l’idea, ed in particolare le parole e gli arrangiamenti delle canzoni di Fabrizio De Andrè.
Vari musicisti, anzi suonatori, musicista è altro, si sono alternati in questa realtà, alcuni essendo presenti solo in varie situazioni, altri compiendo un cammino più lungo e omogeneo con la band, ma sempre tutti rispettando lo spirito del gruppo.
L’unico membro fisso resta Paolo, il cantante, la cui simbiosi vocale con Fabrizio penso sia “colpa” mia, fratello molto più grande di lui, che lo “costringeva”, a quattro anni, ad addormentarsi con “Fila la lana” o “Il re fa rullare i tamburi” se non con “La guerra di Piero”.
Il nome Kinnara è mia colpa o mio merito chissà.

Dalla famosa festa di Liberazione in cui nel 2001 Paolo Pardini e Giovanni Bianchini ebbero l’idea di esibirsi suonando canzoni di De Andrè dando così origine al primo nucleo dei Kinnara come si è evoluta la formazione del gruppo?
Il gruppo iniziale, quasi sperimentale, di cui mi prendo la responsabilità di aver collaborato alla creazione, era composto da soli quattro elementi, oltre ai citati Paolo e Giovanni, c’erano Roberto Baccelli, pianista classico, e Massimo Martinelli chitarrista - bassista autodidatta.
Furono una diecina i concerti in un paio di anni, la prima “jam session” di prova fu all’inizio del 2001 e il primo concerto nel giugno dello stesso anno.
Poi per varie ragioni Massimo e Roberto non furono più in grado di partecipare assiduamente quindi subentrarono Tiziano Bonelli, chitarrista di estrazione rock, Massimiliano Grasso, fisarmonica del gruppo Esterina ex Apeiron, Gabriele Boschi, flauto diplomato al conservatorio e Alessio Previtera, bassista.
Nel corso degli anni poi si sono alternate varie coriste, Sara, Monica, India e Samuela.
Questa formazione è rimasta simile fino al 2007, quando Massimiliano e Giovanni per impegni con gli Esterina, uscita del loro primo CD e concerti successivi, e Alessio per problemi di lavoro, hanno lasciato il posto a Cristiana Cattani, basso, Alessandro Matteucci, batteria, e Andrea Garibaldi, tastiere.
Tutti questi cambiamenti non hanno però influito sugli arrangiamenti già preparati e studiati in precedenza, ogni nuovo arrivato ha aggiunto semmai il proprio talento e la propria cultura musicale.
Probabilmente in futuro potranno avvicendarsi o integrare con noi ancora altri “suonatori”.
Ah! Io, Sergio, lo scrivente, continuo ad esserci, memoria storica Deandreiana e critico attento alle prove, per troppa benevolenza definito direttore artistico del gruppo, o anche con dolcezza “grande vecchio”.

Dopo una quasi decennale attività di cover band di Fabrizio De Andrè che vi ha portato numerosi consensi, visto le indubbie capacità vocali e musicali del gruppo non avete mai pensato di proporre, magari affiancandole alle canzoni del grande cantautore genovese, vostre produzioni originali?
In alcuni concerti proponiamo pezzi originali, scritti da me e da Paolo, di solito due o al massimo tre, che hanno avuto anche buon riscontro e apprezzamento da parte del pubblico.
Senza peccare di modestia, è nostra intenzione di aggiungere o cambiare di volta in volta questi brani scegliendo quelli più adatti tra i molti che abbiamo “nel cassetto” da tempo.

È da poco uscito, dopo “Il disordine dei sogni” del 2005 ormai esaurito, un CD, “11 Gennaio 09”, in cui il cantante dei Kinnara Paolo Pardini e il violinista Jan Rafael Tvrdy reinterpretano dieci pezzi del grande poeta e musicista Fabrizio De Andrè.
Potreste spiegare a coloro che non sono pratici della biografia di De Andrè perché avete usato questa data come titolo dell’album?
Il primo CD aveva come titolo una frase estrapolata dall’intro de “La canzone del maggio”, …cantavano il disordine dei sogni i cuccioli del maggio era normale… il secondo ricorda una data più triste, il decennale della scomparsa di Fabrizio.
Il 13 gennaio 1999 ero a Genova ai suoi funerali, l’Ave Maria in sardo riempì il piazzale della chiesa all’uscita della bara, e fu un momento…

Fabrizio De Andrè è stato considerato una sorta di punto di riferimento culturale per i giovani di quaranta anni fa, pensate che il suo messaggio sia ancora attuale?
De Andrè non ha mai parlato di mandare messaggi particolari, …io non ho nessuna verità assoluta, spero solo di avervi dato qualche piccola emozione….Come si fa a non ritenere attuali, il rispetto degli umili e dei cosiddetti diversi, l’odio per qualsiasi forma di violenza o di guerra, il non rincorrere sempre e comunque, a qualsiasi prezzo, solo il profitto,
Lo conosciamo bene
il vostro finto progresso
il vostro comandamento
ama il consumo come te stesso
e se lo avete osservato
fino ad assolvere chi ci ha sparato
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
voi non avete fermato il vento
gli fate solo perdere tempo,
voi non avete fermato il vento
gli fate solo perdere tempo.

(testo inedito delle Canzone del Maggio)
come non si può ancora amare la sua poesia che è anche d’amore perché no,
“ non ti ho detto mai niente e tu aspettavi,
ti volevo compagna di viaggio,
ma il timore di urtarti e l’imbarazzo di un età da naufragio,
mi chiusero la voce”.

La cosa che colpisce di più nel sentirvi suonare sono gli arrangiamenti estremamente moderni che accompagnano testi scritti, in alcuni casi, oltre trent’anni fa.
Con questa considerazione colgo l’occasione per porre due domande.
Chi si occupa all’interno del gruppo della parte musicale?
Non pensate poi che questo commento musicale, estremamente movimentato, possa sviare l’ascoltatore dalla comprensione dei testi che per De Andrè, che affermava “La canzone è un testo cantato, poi la musica può esser più o meno bella, tanto meglio se è bella, ma deve accordarsi soprattutto con il testo”, sembrano essere parte fondamentale della sua poetica?
La scelta di arrangiamenti più moderni, ma mi permetto di dire originali, in quasi tutti i pezzi, kinnariani, è proprio dovuta al fatto che il nostro intento era di attirare anche le giovani generazioni, coinvolgendole prima musicalmente, in modo che poi potessero anche riflettere sui testi e sulle parole.
Nel gruppo non c’è un addetto agli arrangiamenti è un lavoro collettivo, anche se devo dire che Massimiliano agli inizi è stato “geniale” in molte canzoni.
Poi che Fabrizio non pensasse anche alla parte musicale è da discutere, si sa che lui personalmente ha scritto non molte parti musicali delle sue canzoni, se non agli inizi della sua carriera, poi ha sempre avuto e si è scelto, collaboratori di grandissimo livello, anche qui si manifesta il suo genio nello scegliere o trovare grandi musicisti, e ogni volta la loro musica sembrava fondersi magicamente con i testi , da Bubola a Fossati, da De Gregori a Nicola Piovani, a Piero Milesi.
Pensando ad un giovanissimo e sconosciuto Nicola Piovani, che ha musicato “Non al denaro non all’amore né al cielo” e “Storia di un impiegato”: due LP dei primi anni settanta, oggi premio Oscar per “La vita è bella di Benigni” ci si rende conto di come Fabrizio intuisse la bravura dei suoi coautori e tenesse molto alla parte musicale.

Considerando l’abbassamento della cultura media degli italiani c’è sempre molta gemete che è disposta a seguire un concerto in cui vengono riproposti brani dalla difficile comprensione per la massa?
Qual’è l'età media del vostro pubblico?
Purtroppo la tua prima affermazione è giusta, si torna al pensiero di Fabrizio, il “potere” in quanto tale preferisce una media ignoranza, mi viene in mente una canzone di Jannacci e Dario Fo, “Ho visto un re”, ….e sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam, e allora via con le veline e le notizie futili o gossip come dici tu e vendite a rate e vacanzieri allegri.
L’età media?
I Kinnara, nella mitologia indiana, erano i musici celesti forniti di ali per volare in cielo e allietare gli dei con la loro musica.E se sicuramente i visitatori della Festa erano ben lungi dall’essere divini, certo è che vedere ragazze poco più che quindicenni cantare a squarciagola “Bocca di rosa” oppure “Il pescatore”, dimenticandosi che il cono fragolalimone che giace nella loro mano destra si sta mestamente sciogliendo , vicine a attempati cinquantenni con gli occhi lucidi, intrappolati dalla malinconia di “Geordie”, fa decisamente una piacevole impressione.
(da un articolo di Matteo Vacchi –Festa Nazionale Unità Genova)

Passando al gossip più bieco quali pezzi di De Andrè, se ce ne sono, i Kinnara si divertono a suonare di più?
Credo che non ci sia una canzone in particolare che ci piace suonare di più, fa impressione come il pubblico, composto di giovani e “vecchi”, si emozionino con “La canzone dell’amore perduto”, quando già alle prime note del violino scappa un applauso, e poi, classico ma ancora emozionante, “La canzone di Marinella” cantata nelle strofe finali da tutti gli spettatori.

Infine c’è una domanda che non vi è stata posta a cui vorreste rispondere?
Una domanda?
Perché nonostante non ci siano “lauti” guadagni, il tempo per le prove e per i concerti rubati al lavoro o agli amici o alla famiglia, continuate con apparente entusiasmo?
La risposta : forse chi ci ha visto in concerto vede negli occhi dei Kinnara la gioia e il piacere di suonare insieme queste poesie musicate.
Poi il resto viene sempre da sé i tuoi “Aiuto” saranno ancora salvati
io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.

Saluti
Sergio Pardini e i Kinnara

domenica 23 agosto 2009

Versilia in musica [2]

Continuiamo a parlare di realtà musicali versiliesi descrivendo il lavoro di un gruppo hip hop, genere che ha avuto una diffusione relativamente recente nel panorama italiano, che opera tra la Versilia e La Spezia, sperando che questo Ep appassioni tutti quelli che vogliano ascoltarlo come ha appassionato me.


Latobesodelafazenda
Al gran teatro dei burattini/Puralienazione (rmx ‘08)


“LatobesodelaFazenda” è un progetto di matrice hip hop nato tra la Versilia e La Spezia, fondato da tre emcees, Emilio Rezzonico, Giggino Tone e Danilo Othavio provenienti da differenti esperienze nell'ambito della musica rap.
L'intento di questi musicisti è sempre stato quello di creare brani che risultassero equilibrati nella forma e nel contenuto e toccassero le tematiche e i sounds più svariati
Uno dei lavori più recenti distribuito da questo gruppo, che si inserisce nell’ottica sopra citata, è “Al gran teatro dei burattini/Puralienazione (rmx’08)”, un singolo modesto ma coraggioso, uscito nel 2008, prodotto e musicato dal fonico e producer SensiGiulio in collaborazione con DJ Keynote e il bassista Diego “Tritafunk” Piscitelli.
Quest’opera, presentata su un disco in vinile 12” con CD singolo allegato che contiene gli stessi brani del vinile per chi non può godersi il suono di un giradischi, è composta da tre tracce, che tramite metafore esplicite toccano tematiche sociali scottanti, molto equilibrate nella musica e nei testi.
L’Ep, che comunica grande energia ed emozioni, si apre con una “Intro” della durata di un minuto e mezzo dove i musicisti, tra basi e tricks molto arditi, si presentanoall’ascoltatore.
Segue “al Gran Teatro dei Burattini” un pezzo che colpisce e fa riflettere per il paragone tra la vita e il mondo e un grande corso mascherato, un teatro dove tutti siamo burattini manovrati da non meglio identificati burattinai.
Conclude questo singolo la traccia “Puralienazione (rmx’08)”, remix di un brano uscito sul web per una compilation prodotta da Erma di Imperia, che mette in evidenza la deriva verso cui sta andando l’individuo e che gli autori sembrano voler combattere.
Parlando delle specifiche tecniche del disco bisogna sottolineare numerosi lati positivi.
Il testo, a differenza di quello che accade per numerosi gruppi hip hop nazionali e stranieri, è ben scandito e comprensibile e le rime non sono mai banali.
Un applauso inoltre, va fatto al produttore per l’ottima masterizzazione e il suono limpido e chiaro che rendono l’ascolto estremamente piacevole.
Un ultimo aspetto da mettere in evidenza sono i contenuti dell’album che testimoniano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che quello della generazione senza valori, senza ideali, senza sogni, buttata via davanti alla televisione e ad internet sia un concetto abusato da quegli adulti che non hanno voglia di ascoltare la voce dei giovani.
Alla luce di quanto scritto quindi, bisognerebbe auspicarsi che prodotti come questo potessero trovare una distribuzione più capillare e spronare i giovani a uscire fuori dai loro gusci e a testimoniare il loro sentire.

giovedì 20 agosto 2009

Versilia in musica [1]

Cominciamo a parlare delle realtà musicali versiliesi presentando la recensione di un bellissimo CD di un gruppo, gli Esterina, che viene da un piccolo paese dell' entroterra a pochi chilometri dal mare di Viareggio, Massarosa.
Il progetto Esterina è tutto ciò che i più definirebbero anti-commerciale, sound, semplice ma alla stesso tempo ricercato, che viene dal cuore e testi che vengono dal vissuto della campagna.
Nonostante ciò questo quintetto ha ottenuto una ribalta insperata ma duramente cercata, col sudore del sacrificio e la forza della coerenza, al punto da aprire nel 2008 i concerti di Vasco Rossi a Roma e Milano.
Quindi senza perdere altro tempo andiamo a presentare questo lavoro.

Esterina - diferoedibotte (2008)

Mia nonna si chiamava Esterina, veniva da un piccolo paesino fra i monti della mia terra e ogni mattina alle prime luci dell’alba si infilava un paio di stivali marroni logori, lacerati dal tempo e dalla fatica quotidiana e andava a lavorare i due ettari di terra che i suoi genitori, entrambi contadini, le avevano lasciato.
Con queste parole si presenta Fabio Angeli, chitarrista, cantante e leader degli Esterina, gruppo, formato oltre che da lui da altri validi elementi come: Giovanni Bianchini alla batteria, Giovanni Butori al basso, Alessandro Frediani al vibrafono, diamonica, theremin, synth e campionamenti e Massimiliano Grasso alle tastiere, fisarmonica ed elettronica, il cui esordio discografico, “diferoedibotte”, è uscito nel maggio del 2008, prodotto da Guido Elmi per l’etichetta bolognese Nopop e distribuito da EMI.
Esterina, band nata nel 1994 a Massarosa, piccolo paese della Toscana a ridosso della Versilia prima di essere Esterina è stata per dodici anni Apeiron.
Con questo nome il quintetto toscano ha attraversato un decennio di musica, ha cercato nel rock le proprie ragioni e allo stesso tempo è andato molto oltre.
All’inizio della loro attività musicale infatti, si poteva rintracciare nei brani della band massarosese richiami a gruppi come The Doors, King Krimson e Area.
Successivamente gli interessi ed i punti di riferimento si sono frammentati in un orizzonte più vasto, eterogeneo e meno imitatorio, a vantaggio di una poetica personale che si è sviluppata nella ricerca formale e comunicativa intorno e oltre la forma canzone.
Questo modo di fare musica ha dato origine ad un album in cui l’ascoltatore si confronta con brani in cui una struttura musicale che riesce a combinare con naturalezza la capacità di rottura e la grazia della canzone d’autore italiana, l’immediatezza e la malinconia delle ballate popolari, intagli e accelerate elettriche che si impastano a battiti sintetici, ottenuta con strumenti propri di un trio rock, batteria, chitarra elettrica e basso, miscelati ad elettronica, sintetizzatori analogici, theremin, vibrafono e fisarmonica, fa da sfondo e da commento a testi che mischiano in modo sapiente la lingua italiana ad espressioni ed inflessioni proprie della terra toscana.
Le dodici pregevolissime tracce di cui si compone il CD, potenti e sentite che costituiscono una denuncia verso la società e un attaccamento a valori autentici, si focalizzano su un’analisi lucida della superficialità del mondo moderno, che si contrappone all’autenticità e alla semplicità dell’uomo di campagna.
Ciò è evidente nella trascinante “Razza di conquista”.
Ma soprattutto parlano di capacità d’indignazione, come in “Senza resa”, e di personaggi finti che hanno nella convenienza e nell’accumulo di credito la loro ragione di vita come quelli che sono dipinti nel brano “Baciapile”.
Alla luce di quanto scritto si può quindi affermare, senza paura di smentite, che questo degli Esterina è un disco d’esordio che difficilmente passerà inosservato e augurarci che gruppi come questi si affaccino sempre di più nel panorama musicale italiano.

lunedì 17 agosto 2009

Versilia in musica

La Versilia è da sempre una zona molto attiva in campo musicale.
Lo testimoniano le diverse realtà che in questi ultimi anni sono emerse ottenendo numerosi consensi.
A questo proposito mi piacerebbe usare oltra a Facebook anche il mio blog per parlare dei CD, appartenenti ai più disparati generi, e dei numerosi gruppi della mia zona, che suonano in maniera più o meno professionale, per favorire la diffusione musicale di band appartenenti alla mia area di provenienza.
Per questo per chi mi voglia consigliare l'ascolto di un disco suggerire dove poter vedere dal vivo un gruppo o sottoporre demo o registrazioni può contattarmi oltre che su Facebook e su questo spazio anche all'indirizzo mail: cthulhu1979@hotmail.com


Elio

venerdì 14 agosto 2009

Crêuza de mâ

Il pezzo di cui si parla nella nota sottostante è considerato da parte di critica e pubblico una delle pietre miliari della musica degli anni ottanta e, in generale, della musica etnica.

Crêuza de mâ è la canzone d'apertura che dà il titolo all'omonimo album del 1984, l'undicesimo registrato in studio di Fabrizio De André.



Questo disco è stato ed è considerato da parte della critica una delle pietre miliari della musica degli anni ottanta e, in generale, della musica etnica tutta.
David Byrne, nusicista compositore e storico produttore discografico americano, ha dichiarato alla rivista Rolling Stone che Creuza de ma è uno dei dieci album più importanti della scena musicale internazionale degli anni ottanta, e la rivista "Musica & Dischi" lo ha eletto migliore album degli anni ottanta.
Tutte le canzoni di questo LP sono in lingua genovese, idioma antico ricco di influenze mediterranee, tanto che il disco risultò di difficile comprensione linguistica persino per gli stessi genovesi.
Si tratta di una scelta che andava, nel 1984, contro tutte le regole del mercato discografico e che, contro ogni aspettativa, ha segnato il successo di critica e di pubblico dell'album, il quale ha infatti segnato una svolta nella storia della musica italiana.
In realtà, il disco doveva essere, originariamente, in una lingua mista, composta da idiomi diversi, propri di un marinaio che, navigando ormai da lunghi anni, si sente sia genovese, sia barcelloneta, sia arabo, e così via.
Si è poi deciso di utilizzare la lingua genovese poiché De André riteneva che rappresentasse già un misto di parole derivanti da lingue diverse.
Al centro dei testi vi sono i temi del mare e del viaggio, le passioni, anche forti, e la sofferenza.
Questi temi vengono espressi anche sul piano musicale attraverso il ricorso a suoni e strumenti tipici dell'area mediterranea, nonché all'aggiunta di contributi audio registrati in ambienti portuali o marinareschi, come quello raccolto al mercato del pesce di Piazza Cavour a Genova.
Tornando ad analizzare la canzone possiamo notare che la parola crêuza in genovese significa "sentiero" o "viottolo".
In questo caso la crêuza di ma è però riferibile in maniera allegorica a un preciso fenomeno meteorologico del mare, altrimenti calmo, che sottoposto a refoli e vortici di vento assume striature contorte argentate o scure, simili a fantastiche strade da percorrere.
Infatti prendere per "i viottoli del mare" è sinonimo della possibilità, o della necessità, di scegliere la via, intraprendere il viaggio, reale o ideale.
Il pezzo, considerato tra le più alte espressioni artistiche di Fabrizio De André e dell'intera canzone d'autore italiana, è interamente in lingua genovese.
Il testo è incentrato sulla figura dei marinai, e sulle loro vite da eterni viaggiatori, e racconta il loro ritorno a riva, quasi come estranei.
De André parla magistralmente delle loro sensazioni, la loro narrazione delle esperienze provate sulla propria pelle, la crudezza d'essere in balìa reale degli elementi; poi affiora una ostentata scherzosa diffidenza che si nota nell'assortimento dei cibi immaginati, accettabili e normali, contrapposti ad altri, come le cervella di agnello, o il pasticcio di lepre di coppi, decisamente e volutamente meno accettabili, e citati evidentemente per fare ironia sulla affidabilità e saldezza dell'Andrea.
Alla fine probabilmente la necessità o la loro scelta di vita, li riporterà al mare.
L'album è stato reinterpretato nel 2004 da Mauro Pagani, che ne ha rinnovato l'arrangiamento aggiungendo quel tocco di esotismo che caratterizza la sua musica: oltre alle tracce già presenti nel disco originale, in 2004 Creuza de mä sono contenute Al Fair, introduzione vocalizzata nello stile dei canti sacri della Turchia, Quantas Sabedes, Mégu Megùn, contenuta nel disco di De André Le nuvole e Nuette, opera mai pubblicate a nome "De André".

Per chi volesse ascoltare questo brano: