martedì 1 dicembre 2009

Dialoghi con l’elefante rosa

Paul Mac Cartney nella canzone Let It Be cantava le seguenti parole “When I find myself in times of trouble Mother Mary comes to me” che tradotto in italiano significa pressapoco “Quando cerco me stesso in periodi difficili Madre Maria viene da me” io invece quando attraverso i miei momentucci no spesso bevo un drink di più.
Intorno al settimo martini di solito mi appare su una spalla un elefante rosa con cui affronto discussioni impegnate.
Ultimamente mi ha ricordato le parole del filosofo italiano Salvatore Natoli che analizza in modo preciso e puntuale il significato e il concetto di valore etico:

Valore è un termine che appartiene originariamente al linguaggio economico e che poi trapassa in quello etico.
Infatti un tempo il linguaggio morale impiegava ben altre parole, soprattutto "bene" e "male", quando il "bene" era qualcosa di oggettivo e riconoscibile, non qualcosa di soggettivamente valutabile.
Con la modernità emerge sempre più il soggetto come titolare della libertà e del giudizio.
Il "bene" e il "male" dipendono dalla sua valutazione, e il "bene" si trasforma in valore, che, proprio perché valutabile, si relativizza.
Con la secolarizzazione della società e il crollo delle ideologie, si dissolve, pressoché definitivamente, il riferimento alla universalità del valore.
Il valore residuo, non l'unico, ma quello più celebrato diventa la libertà in tutte le sue accezioni, che, nella sua formulazione più estrema, come assenza di vincoli, rischia di risolversi nella dissoluzione di ogni valore.
Questa condizione non è di per sé condannata alla catastrofe, ma, al di là del "bene" e del "male" non significa affatto che si può fare a meno dei valori, ma indica al contrario un compito più alto: saper ricostruire.
La pretesa dell'incondizionato: quella sì che è catastrofica. Si pretende di riscattarsi nel tempo.
Di qui l'apologia dell'istante.
Al contrario, bisogna fare i conti con il tempo.
È misura e segno della finitezza, che è soprattutto reciprocità.
L'etica ha la sua misura nel rapporto con l'altro.
Incontrarsi per via è sentirsi reciprocamente obbligati, di più: divenire amici.

Spero che chi legga faccia tesoro di queste considerazioni e non mi ritenga troppo palloso.
Come scusa potrei sempre dare la colpa all’elefante!

Elio

lunedì 30 novembre 2009

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto


“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è probabilmente il film più politico del cinema italiano e certamente il più significativo sotto l’aspetto storico e sociale.
Diretto da Elio Petri nel 1970, sceneggiato dallo stesso Petri con Ugo Pirro, accompagnato dalle musiche di Ennio Morricone e uscito nelle sale in quello stesso anno, ha avuto un’accoglienza a dir poco traumatica.
A causa della sua forte componente critica sui metodi adottati in quegli anni dalle forze dell’ordine infatti, la polizia denunciò immediatamente il film al sostituto procuratore della repubblica di Milano Caizzi, il quale però non ritenne opportuno procedere.
Da quel momento l’eco del messaggio politico spinse il film verso il successo.
A Roma, per esempio, furono anticipate le prime proiezioni pomeridiane e prolungate quelle serali.
A conferma della grande presa che il film ha avuto su pubblico e critica poi, bisogna ricordare che “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” ha ottenuto numerosi riconoscimenti sia a livello nazionale che internazionale.
Nel 1970 infatti ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero, il Gran Premio della Giuria a Cannes e a Gian Maria Volonté è andato il David di Donatello come migliore attore.
Nel 1971 invece, Elio Petri, Gian Maria Volonté e Ugo Pirro, rispettivamente regista protagonista e sceneggiatore del film, hanno vinto un Nastro d’argento.
Personaggio principale del film è il capo della squadra omicidi di Roma interpretato dallo straordinario Gian Maria Volonté, che, nel giorno della sua promozione, uccide l’amante, interpretata dall’appassionata, stravagante e sensuale Florinda Bolkan, nel corso di un gioco erotico.
Certo di essere al di sopra di ogni sospetto in virtù della posizione di potere che occupa, Volontè, semina volutamente tracce e indizi a proprio carico.
Come previsto, le indagini intraprese dai colleghi della omicidi non lo toccano, ignorando le sue evidenti provocazioni.
Soltanto Antonio Pace, uno studente fermato per un attentato dinamitardo alla questura, personalmente “interrogato” dall’ispettore, in privato, ha il coraggio di dirgli che lo riconosce come assassino della donna, ma non lo denuncia e viene rilasciato.
In preda a un delirio autopunitivo, l’ispettore consegna ai colleghi della omicidi una lettera di confessione.
Quindi rientra a casa e, nella sua fantasia malata, immagina le diverse conclusioni della vicenda.
Questo film ha un valore di testimonianza immenso, chiunque può, rivedendolo oggi, farsi un’idea di quello che era il clima di quegli anni, con il Sessantotto ancora caldo e gli anni delle nuove battaglie studentesche e soprattutto quelli del terrorismo ancora da venire.
Immenso Gian Maria Volonté che, nei panni del capo della squadra omicidi, ci ha lasciato una mostruosa interpretazione, sicuramente tra le più sentite, sincere e studiate dell’intera storia del cinema italiano.
È grazie anche ai suoi movimenti, alla sua voce, al modo in cui si rapporta con i suoi sottoposti, ai suoi gesti che il film acquista credibilità e suggerisce il suo messaggio politico senza alcuna ambiguità e con la dovuta convinzione.

mercoledì 18 novembre 2009

Versilia in musica [4]

Provengono da Massarosa, zona particolarmente attiva in campo musicale, gli autori del disco di cui parlerò in questa nota.
11 gen 09
a Fabrizio De Andrè
Paolo & Jan


Paolo Pardini, Jan Rafael Tvrdy
11 gen 09 a Fabrizio De Andrè Paolo & Jan (2009)
Autoproduzione
10 brani – Durata 41’ 56’’

È uscito nel mese di settembre del 2009, dopo “Il disordine dei sogni” del 2005 ormai esaurito, un CD, “11 Gennaio 09”, in cui Paolo Pardini, chitarrista e cantante dei Kinnara, cover band De Andreiana proveniente da Massarosa, paese dell’entroterra toscano vicino al mare di Viareggio, e il violinista tedesco di origine prussiane Jan Rafael Tvrdy, reinterpretano, con insolito spirito filologico, alcuni brani di Fabrizio De Andrè a dieci anni dalla sua scomparsa.
La tracklist di quest’album, un mix di arrangiamenti moderni ed estremamente originali opera di chitarra e violino, che fanno da sfondo alla voce di Paolo dal timbro molto simile a quella di De Andrè, è composta da dieci tracce che ripercorrono a grandi linee il repertorio del. grande poeta e musicista genovese.
A dimostrazione di quanto detto si nota come a brani famosi come “La guerra di Piero”, “Via del campo” e l’immancabile “La canzone di Marinella”, si contrappongono pezzi meno noti come “Il sogno di Maria – Ave Maria”, “Inverno” e “Hotel Supramonte”, tutti rigorosamente eseguiti da chitarra, violino e voce.
All’interno di questo disco, non si può non apprezzare il talento di Jan Rafael Tvrdy, musicista d’impostazione classica, che ha saputo adattare il suono del suo violino ai brani di De Andrè inquadrandosi in un percorso di rimodernamento degli arrangiamenti cominciato dalla PFM nei famosi concerti del ‘79.
Un altro punto a favore di questo CD è l’apporto di Paolo la cui simbiosi vocale con Fabrizio De Andrè deriva da infiniti ascolti di pezzi del cantautore genovese.
Ricorda infatti Sergio, fratello molto più grande di lui e manager dei Kinnara, che lo “costringeva”, a quattro anni, ad addormentarsi con “Fila la lana”, “Il re fa rullare i tamburi” e con “La guerra di Piero”.
Nonostante la registrazione casalinga, arricchita però dai mixaggi professionali, quest’opera si fa apprezzare per un suono limpido e chiaro che comunica grande energia ed emozioni e rende l’ascolto estremamente piacevole.
Alla luce di quanto scritto si può affermare, senza paura di smentite, che questo sia un disco che ogni appassionato dell’arte di De Andrè e di musica leggera italiana non potrà non apprezzare.

sabato 14 novembre 2009

La democrazia secondo Giorgio Gaber e Sandro Luporini


Dopo anni di riflessione sulle molteplici possibilità che ha uno Stato di organizzarsi sono arrivato alla conclusione che la democrazia è il sistema più democratico che ci sia.
Dunque, c'è la democrazia, la dittatura… e basta. Solo due. Credevo di più.
La dittatura in Italia c'è stata e chi l'ha vista sa cos'è, gli altri si devono accontentare di aver visto solo la democrazia.
Io, da quando mi ricordo, sono sempre stato democratico, non per scelta, per nascita.
Come uno che quando nasce è cattolico, apostolico, romano.
Cattolico pazienza, apostolico non so cosa vuol dire, ma romano io?!...
D'altronde, diciamolo, come si fa oggi a non essere democratici?
Sul vocabolario c'è scritto che "democrazia" significa "potere al popolo".
Sì, ma in che senso potere al popolo? Come si fa? Questo sul vocabolario non c 'è scritto.
Però si sa che dal 1945, dopo il famoso ventennio, il popolo italiano ha acquistato finalmente il diritto al voto. È nata così la "Democrazia rappresentativa" che dopo alcune geniali modifiche fa sì che tu deleghi un partito che sceglie una coalizione che sceglie un candidato che tu non sai chi è, e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni, e che se lo incontri ti dice giustamente: "Lei non sa chi sono io!".
Questo è il potere del popolo. Ma non è solo questo.
Ci sono delle forme ancora più partecipative.
Il referendum, per esempio, è una pratica di "Democrazia diretta"... non tanto pratica, attraverso la quale tutti possono esprimere il loro parere su tutto.
Solo che se mia nonna deve decidere sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia.
Per fortuna deve dire solo "Sì" se vuol dire no, e "No" se vuol dire sì. In ogni caso ha il 50% di probabilità di azzeccarla.
a il referendum ha più che altro un valore folkloristico perché dopo aver discusso a lungo sul significato politico dei risultati… tutto resta come prima e chi se ne frega.
Un'altra caratteristica fondamentale della democrazia è che si basa sul gioco delle maggioranze e delle minoranze.
Se dalle urne viene fuori il 51 vinci, se viene fuori il 49 perdi.
Dipende tutto dai numeri. Come il gioco del Lotto. Con la differenza che al gioco del Lotto, il popolo qualche volta vince, in democrazia... mai!
E se viene fuori il 50 e 50? Ecco, questa è una particolarità della nostra democrazia.
Non c'è mai la governabilità. È cominciato tutto nel 1948. Se si fanno bene i conti tra la Destra – DC, liberali, monarchici, missini… – e la Sinistra – comunisti, socialisti, socialdemocratici, ecc. – viene fuori un bel pareggio.
Da allora è sempre stato così, per anni! Eh no, adesso no, adesso è tutto diverso.
Per forza: sono spariti alcuni partiti, c'è stato un mezzo terremoto, le formazioni politiche hanno cambiato nomi e leader.
Adesso… adesso non c'è più il 50% a destra e il 50% a sinistra.
C'è il 50% al centro-destra e il 50% al centro-sinistra. Oppure un 50 virgola talmente poco… che basta che uno abbia la diarrea che salta il governo.
Non c'è niente da fare. Sembra proprio che il popolo italiano non voglia essere governato.
E ha ragione.
Ha paura che se vincono troppo quelli di là, viene fuori una dittaturadi Sinistra. Se vincono troppo quegli altri, viene fuori una dittatura di Destra. La dittatura di Centro invece... quella gli va bene.
Auguri!!!
Per chi volesse ascoltare una clip audio di questo testo:

sabato 7 novembre 2009

Il castello errante di Howl

In questi giorni, costretto a casa dalla febbre alta, mi sono visto per l'ennesima volta uno dei capolavori del maestro dell'animazione giapponese Hayao Miyazaki.

Anno di produzione: 2004
Nazione: Giappone
Casa distributrice: Lucky Red
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Musiche: Joe Hisaishi
Produzione: Studio Ghibli
Soggetto originale: dal romanzo di Diana Wynne Jones
Durata: 119 minuti

È uscito in anteprima mondiale alla mostra del cinema di Venezia del 2004 e dal 9 settembre 2005 in tutti i cinema, l’ultimo capolavoro del maestro dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki: “Il castello errante di Howl”.
Questo film come i suoi predecessori è caratterizzato da un tratto inconfondibile, personaggi e costruzioni che sono un marchio di fabbrica e storie che hanno sempre più livelli di lettura, ma un denominatore comune: la poesia.
“Il castello errante di Howl” è ispirato al romanzo della scrittrice inglese Diana Wynne Jones e riprende tutte le tematiche che hanno popolato i precedenti lungometraggi del regista giapponese: un’ambientazione decisamente europea in un’epoca indefinita in cui la tecnologia si fonde con la magia, i costumi dei personaggi in stile, l’accoppiata dei due protagonisti con uno quasi selvaggio e l’altro più razionale, il gusto per i costrutti giganti dalle forme composite, il dito puntato contro una tecnologia che può essere fonte di distruzione.
Una novità, è rappresentata invece dalla valorizzazione degli anziani, concetto molto giapponese che forse dovremmo far maggiormente nostro.
Questa brevemente è la trama del film: Sofie è una ragazza con una vita piuttosto grigia che si trova per caso sulla strada di Howl, un giovane mago dagli incredibili poteri.
Questa casualità la rende il bersaglio di una maledizione della perfida Strega delle Lande Desolate che la trasforma in una vecchia ottuagenaria.L’unica speranza per Sophie è quella di ritrovare Howl per farsi liberare, ma il giovane mago abita in un castello errante che cambia continuamente posizione.
Sophie sarà così costretta a mettersi in viaggio, mentre la guerra imperversa tra il suo Regno ed il Paese confinante, ma soprattutto a sperimentare cosa vuol dire non esser più giovani e non poter contare sulle sole forze fisiche.
Grazie ad una nuova determinazione Sophie raggiunge il castello ed inizia a vivere accanto al mago, al suo apprendista ed a un demone del fuoco, senza poter rivelare la sua vera natura.
Sarà l’occasione per leggersi dentro ed iniziare ad apprezzare cose a cui non aveva mai dato la dovuta importanza.
L’ esperienza della vecchiaia da parte della protagonista, è una parte importante del film, con cui Miyazaki si propone dichiaratamente di tentare una risposta all'interrogativo: esiste l'animazione per gli anziani?
I disegni dello Studio Ghibli sono curatissimi ed i personaggi approfonditi tanto che, per spessore e drammaticità, sembra di essere di fronte ad attori in carne ed ossa.
La musica di Joe Hisaishi, compositore che lavora con Miyazaki fin dal primo film prodotto dallo Studio Ghibli, è come al solito densa di pathos e molto adatta ad accompagnare lo svolgimento del film, che saraà spunto di riflessioni filosofiche per gli adulti e di divertimento per i bambini, anche se il lungo finale non è propriamente di facile letturaIl castello errante di Howl, in concorso alla Mostra, è uscito in Italia nel settembre 2005, distribuito da Lucky Red.

giovedì 5 novembre 2009

Il caso dell’uomo che ha assunto 40.000 pasticche di ecstasy

In questo post voglio riportare un articolo tratto dalla rivista Psychosomatics che tratta degli effetti devstanti dell'ecstasy.
Ragazzi leggete e riflettete.


I medici del St George’s Medical School di Londra che per primi hanno ascoltato il suo racconto hanno stentato a credere alle proprie orecchie.
Il suo caso clinico, presentato sulla rivista Psychosomatics, potrebbe tuttavia aiutare a chiarire una volta per tutte quali sono gli effetti collaterali a lungo termine indotti dall’MDMA, il principio attivo dell’ecstasy.
Mister A, così come soprannominato dai medici, ha 37 anni ed ha iniziato a fare uso di ecstasy all’età di 21 anni, assumendo una media di 5 pasticche di MDMA per weekend per i primi due anni.
Gradualmente, Mister A ha aumentato il suo consumo di ecstasy fino ad arrivare a una media di 2 pasticche e mezzo al giorno per i successivi 7 anni, al termine dei quali l’uomo ha deciso di abbandonare improvvisamente il consumo di droga in seguito ai numerosi casi di collasso cardiocircolatorio accusati durante il giorno.
Durante i primi mesi di astinenza, Mister A è rimasto sotto l’effetto della droga e la sua condizione fisica più che precaria lo ha costretto a letto per la maggior parte del tempo.
“È venuto da noi dopo che aveva deciso che non sarebbe potuto andare in nessun altro posto”, ha dichiarato Christos Kouimtsidis, psichiatra presso l’ospedale londinese che h avuto in cura l’uomo per cinque mesi.
La condizione clinica di Mister A, riferiscono i medici, è attualmente quella di un uomo afflitto da una depressione grave, che soffre di allucinazioni e di improvvise perdite di memoria.
“La sua memoria a lungo termine è buona”, riferisce Kouimtsidis, “ma non è in grado di ricordare le cose di tutti i giorni, come l’ora, il giorno e cosa contiene il suo carrello della spesa”.
L’uomo soffre inoltre di una grave forma di rigidità muscolare ai danni del collo e del viso che spesso gli impedisce persino di aprire la bocca.
Una risonanza magnetica compiuta sul suo cervello non ha mostrato particolari lesioni o casi di atrofia cerebrale, tuttavia queste analisi potrebbero non essere abbastanza sensibili da poter riscontare disfunzioni a carico del sistema serotoninergico, ovvero quello deputato alla regolazione dell’umore e della memoria, sostengono i medici.
Ciò che si attendono nell’ospedale londinese è di poter verificare anche solo un parziale miglioramento della condizione clinica del paziente, anche se sono in molti a sospettare che alcuni suoi sintomi potrebbero essere permanenti.


Fonte: Kouimtsidis C et al. Neurological and Psychopathological Sequelae Associated With a Lifetime Intake of 40,000 Ecstasy Tablets. Psychosomatics 2009; 47:86-7.

domenica 25 ottobre 2009

Squadra speciale Ghost

L'opera che propongo qui di seguito, di grandissimo impatto sia a livello visivo che di testi e dialoghi, riesce a coniugare in modo veramente egregio due delle mie più grandi passioni: la fantascienza e il fumetto.

















Di: Masamune Shirow
Editore: Star Comics
Collana: Storie di kappa (n. 117)
Anno di uscita: 2004
N° pagine: 352
Prezzo: € 9,50

Nel giugno del 2004 la Star Comics ha pubblicato in un unico volume sul numero 117 della testata Storie di Kappa Squadra speciale Ghost, l’opera a fumetti che ha consacrato lo sceneggiatore e disegnatore giapponese Masamune Shirow come il signore assoluto del cyberpunk a fumetti.
Questo manga che è apparso per la prima volta in Italia, suddiviso in otto episodi, nel luglio del 1992 sulla rivista Kappa Magazine, edita da Star Comics, è composto da 352 pagine.
Per questa edizione in volume di lusso poi, l’opera ha subito un nuovo adattamento rispetto all’edizione presentata su Kappa Magazine.
È stata inoltre completamente ritradotta e impaginata alla giapponese cioè con lettura da destra verso sinistra.
Il manga è ambientato nell’anno 2029 in un mondo che è ormai completamente informatizzato e in cui è disponibile la tecnologia per creare robot, androidi e varie protesi bioniche.
Per contrastare il crimine alla radice viene creata dal governo la squadra speciale ghost, dotata delle migliori tecnologie e formata da esperti, guidata dal maggiore Motoko Kusanagi e alle dirette dipendenze del primo ministro giapponese.
Sono loro a occuparsi dei casi di polizia più spinosi fino a quando il Marionettista, il più famoso tra i pirati informatici, riesce a sconvolgere il delicato equilibrio che permette l’esistenza di un team del genere.
La serie si compone di diverse avventure che non sono tutte collegate tra di loro.
Lo scopo dell’autore, raggiunto con incredibile maestria, è quello di mostrarci una possibile evoluzione tecnologico-informatica in un contesto prettamente militare.
Il fulcro è comunque il collegamento tra uomo e macchina, in una società dove è sempre più difficile capire dove finisce la macchina e inizia l'uomo.
Il manga, che presenta anche delle pagine a colori, è molto ben disegnato.
I personaggi principali, sono ben caratterizzati e anche l’ambientazione nella quale si muovono i protagonisti è molto credibile.
La storia, che presenta vari livelli di lettura, è tutto sommato lineare nel suo svolgimento: l’unica pecca è forse costituita dallo sforzo dell’autore di rendere credibile la trama eccedendo in particolari pseudoscientifici che possono risultare di difficile comprensione per un lettore che ne è a digiuno.
Proprio per questo motivo, Squadra speciale Ghost, non è una serie adatta a chi preferisce letture semplici o di puro intrattenimento.

sabato 3 ottobre 2009

Poliziotti di celluloide [1]

Per i miei affezionati lettori darò vita all'ennesima rubrica che fonde due delle mie passioni il cinema e il poliziesco parlando di volta in volta di personaggi di poliziotti protagonisti di film che mi hanno appassionato e divertito.

Piedone


Interpretato da Bud Spencer in quattro pellicole dirette dal bravissimo Steno, pseudonimo di Stefano Vanzina, a cavallo tra il 1973 e il 1980, il commissario Rizzo, meglio noto come Piedone per via della sua massiccia struttura fisica, è uno dei poliziotti più divertenti del filone della commedia all’italiana in voga negli anni ‘70.
Questo personaggio, che continua ancora oggi a vantare un nutrito numero di affezionati di tutte le età che non si perdono le apparizioni televisive dei film che lo vedono protagonista, contribuì in quegli anni a sdoganare ancora di più la figura di Bud Spencer famoso, oltre che per i numerosi lungometraggi realizzati in solitario, per il sodalizio stretto con l’attore veneziano d’origine tedesca Terence Hill, con cui ha costituito una delle coppie comiche più apprezzate del cinema italiano.
Dotato di una fisicità imponente, dovuta a molti anni di nuoto agonistico, Bud Spencer nell’interpretare le pellicole che hanno per protagonista il commissario Rizzo, un funzionario della polizia di Napoli apparentemente burbero ma dal cuore tenero, vi trasferisce molti standard che caratterizzavano la comicità dei film girati in coppia con Terence Hill.
Frequenti sono le scazzottate in cui c’è sempre lo stesso cast di attori destinato a prenderle.
Piedone infatti agisce disarmato ma, grazie ai cazzotti, riesce ad ottenere sempre quello che vuole.
Nonostante ciò tutto è ridotto a mera rappresentazione comica.
La violenza e la volgarità di cui, fino ad allora, si era servita fin troppo spesso la cosiddetta commedia all’italiana infatti è quasi del tutto abolita nei film di Piedone che, non a caso, sono destinati alle famiglie.
Inoltre è molto accentuato il contrasto del protagonista con altri fantastici interpreti che disegnano benissimo personaggi dai toni macchiettistici.
Indimenticabile, a tal proposito, la caratterizzazione, da parte di Enzo Cannavale, famoso attore napoletano di cinema e teatro, di Caputo, l’assistente passaguai del commissario.
Un ruolo fondamentale per il successo di questa serie di film è da attribuire anche alle location che fanno da sfondo alle avventure di Piedone.
Si passa infatti dalla bella e amena Napoli all’esotica Hong Kong e alla calda e polverosa Africa.
Questi ambienti hanno contribuito a dare a questi lavori un alone di internazionalità che ha fatto in modo che queste pellicole si discostassero dal cinema politico o dalle commedie che descrivevano, con dovizia di particolari, i vizi dell’italiano medio.
Infatti se da un punto di vista cinematografico i film di Piedone non sono che un miscuglio assortito di gag spesso scontate e di risse tutte uguali tra di loro, dal punto di vista della validità storica e di costume rappresentano forse una delle migliori testimonianze degli anni settanta, di un certo tipo di semplicità e di candido incanto che poi sarebbe stato spazzato via dai film del decennio successivo.
Alla luce di quanto scritto quindi, da appassionato di un certo tipo di cinema, mi auspico che film che abbiano per protagonista un personaggio come il Piedone di Bud Spencer , che gioca buona parte della sua comicità sul fisico, ma anche sul linguaggio e sull’azione, possano tornare ad uscire nelle sale cinematografiche italiane magari diretti da registi, come Steno, capaci di fondere comicità e satira di costume per dare vita ad opere spassosissime ma che fanno riflettere.

venerdì 25 settembre 2009

Il boxér: primi numeri disponibili

Ricordo a chiunque fosse interessato che è possibile scaricare i primi due numeri de "Il boxér", pubblicazione amatoriale da me curata e distribuita in PDF ai seguenti link:

n°1: http://www.4shared.com/file/116977062/dc48f23c/Il_boxr_n1.html

n°2: http://www.4shared.com/file/134783713/3c3354a/Il_boxr_n2.html

domenica 20 settembre 2009

Sin City, dalla carta alla pellicola

Genesi e storia dell’opera a fumetti e dell’ottimo film che ha ispirato…

Abbandonati gli eroi in calzamaglia Frank Miller, agli inizi degli anni novanta e più precisamente nel 1991, realizza la sua opera stilisticamente più matura e innovativa, Sin City.
La miniserie è stata originariamente pubblicata, divisa in 13 parti, su Dark Horse Present, la rivista contenitore edita dalla casa editrice Dark Horse che all’epoca era la terza potenza del mercato dei comics dopo Marvel e Dc.
La peculiarità di questa miniserie come tutte quelle che la seguiranno è il fatto di essere disegnata in un bianco e nero senza grigi e mezzi toni come se l’autore volesse suggerirci, anche graficamente, che nel contesto in cui è ambientata la vicenda, Sin City che in inglese significa città del peccato, abbreviazione di Basin City, non ci può essere nessuna sfumatura.
Il protagonista della vicenda della prima miniserie è Marv un tipo poco raccomandabile che è appena uscito di galera.
In un locale notturno incontra una bellissima donna, Goldie, una prostituta d’alto bordo.
I due passano la notte a fare l’amore ma il mattino seguente Marv la ritrova morta proprio accanto a lui.
Marv decide così di scoprire il colpevole di questo delitto e la sua caccia all’uomo lo porterà a scandagliare in lungo e in largo la città del peccato.
Il successo di quest’opera è immediato e per certi versi inaspettato, tanto che viene subito ristampata in volume.
Miller infatti ha sempre realizzato opere supereroistiche anche se di livello sopraffino, basti pensare al suo insuperato ciclo di Devil o al suo capolavoro Il ritorno del cavaliere oscuro, e il tipo di pubblico a cui si rivolge Sin City non è certo quello dei teen agers.
Qualche anno dopo Miller pubblica un altra miniserie dal titolo: A dame to kill for sempre ambientata nella città del peccato, per poi continuare, con cadenza praticamente annuale, a proporre nuovi cicli di storie.
La cosa più interessante dell’opera è sicuramente la rivoluzione grafica operata dall’autore.
Abbandonati i colori, affidati alla sua compagna Lynn Varley, Miller con il solo uso del pennello e del bianco e nero, realizza su carta quello che i registi del Noir hollywoodiano degli anni 30 e 40 hanno realizzato su pellicola, giocando con le luci e con le ombre.
Seguendo la lezione dell’argentino Munoz, del giapponese Otomo e del cinema espressionista tedesco, l’autore americano offre una magistrale prova di virtuosismo tecnico, creando tavole a prima vista perfino indecifrabili, almeno per chi è abituato alle rassicuranti pagine del fumetto mainstream.
Molti sono stati i tentativi di seguire la strada che Sin City ha aperto, dal sopravvalutato Armored and Dangerous di Bob Hall, vera e propria brutta copia della saga milleriana, a Stray Bullets di David Lapham, l’unico vero epigone delle miniserie del creatore di Elektra.
Nessuno però ha saputo riproporre quanto Miller aveva fatto, neanche lui stesso.
Miniserie dopo miniserie infatti si è ripetuto facendosi praticamente il verso da solo e scandendo spesso nei soliti cliché del genere.
Sin City è stata pubblicata in Italia per la prima volta a puntate sui primi sette numeri di una delle migliori testate edite dalla Star comics, la sfortunata Hyperion, rivista chiusa dopo soli nove numeri.
Le miniserie di Sin City, che sono state stamapte in Italia in volume da numerose case editrici tra cui: Star Comics, Play Press, Lexy e Magic Press, hanno ispirato anche un pregevole lungometraggio uscito in America nell’aprile del 2005.
La pellicola, diretta e sceneggiata da Robert Rodriguez e dallo stesso Frank Miller, è basata sulla miniserie originale Sin City e sulle due storie successive Sesso e sangue a Sin City e Quel bastardo Giallo.
A cavallo tra noir, hard boiled e gangster movie, il film riproduce fedelmente l’atmosfera, i dialoghi e le storie dei personaggi del fumetto di Miller, le cui esistenze disperate si intrecciano nella immaginaria metropoli infernale dove è estremamente facile morire ammazzati per strada e la polizia è più corrotta dei criminali, dove dominano sesso, violenza, amore, morte, sete di vendetta e desiderio di redenzione.
Storie come quelle di Marv, pronto a tutto pur di vendicare la morte di Goldie, l’unica donna che nella sua vita è riuscita a fargli provare un po’ d’amore e che è stata uccisa mentre dormiva accanto a lui, di John Hartigan, un poliziotto in procinto di andare in pensione accusato di un crimine che non ha commesso e che ha promesso di proteggere la giovane Nancy dalle grinfie di un criminale pedofilo, di Dwight, un ex-fotografo e killer alle prese con Jackie Boy, un poliziotto violento che minaccia Shellei, la cameriera di cui è innamorato, della bella prostituta Gail e di tutte le altre ragazze della Città Vecchia.
Anche il cast, di tutto rispetto, è composto da attori che in america vanno per la maggiore.
Il redivivo Mickey Rourke presta il suo volto tumefatto e dolente a Marv, il killer dal cuore d’oro.
Bruce Willis è John Hartigan, sbirro, a poche ore dalla pensione, con il pallino per le cause perse.
Elijah Wood, il Frodo Baggins della trilogia di Il Signore degli Anelli è Kevin, un serial killer antropofago da fare invidia al leggendario Hannibal Lecter, e Jessica Alba, la Dark Angel della serie Tv, indossa i panni succinti e ha le curve mozzafiato di Nancy Callahan, una delle tante donne perdute della città del peccato.
Ma non finisce qui: in cartellone ci sono anche Christopher Walken, Carla Gugino, Josh Hartnett e Michael Clarke Duncan.
Quello di portare al cinema Sin City è sempre stato un sogno di Rodriguez che ha realizzato il lungometraggio nella maniera più completa che si potesse pensare grazie alle tecnologie digitali.
Ha girato infatti tutto il film con attori in carne e ossa su un set fatto interamente di green screen e poi ha ricreato la città e i suoi luoghi grazie al computer.
Il regista texano ha convinto Miller, piuttosto avverso al mondo di Hollywood, a cedere i diritti del suo fumetto, realizzando a proprie spese nel più assoluto riserbo una breve preview di sei minuti interpretata da Josh Harnett e Marley Shelton che trova spazio nei titoli di testa.
Il trailer, girato all’inizio del 2004 e consegnato nelle mani del cartoonist con la promessa di interrompere immediatamente il progetto se il risultato non fosse stato di suo gradimento, ha sortito invece l’effetto sperato permettendo a Rodriguez di dare il via alla lavorazione del film.
Lo stesso regista ha insistito perché Frank Miller cofirmasse la regia del film, dando addirittura le dimissione dal Directors’ Guild of America, il sindacato dei registi americani, che si opponeva a questa iniziativa.
Non risulta invece accreditato Quentin Tarantino, che ha ricambiato il favore che l’amico fraterno Robert Rodriguez gli ha fatto per Kill Bill: Volume 2, dirigendo, per il simbolico compenso di un dollaro, alcune scene dell’episodio che vede protagonista Clive Owen ispirato alla miniserie Sesso e sangue a Sin City.
La sua presenza come special guest director risulta poi particolarmente significativa considerata l’avversione di Tarantino per l’uso eccessivo del digitale.
Sin City è un film affascinante, avvincente e convincente per la sua forma e per il suo contenuto; ma è anche una delle migliori opere che dimostrano e svelavano le nuove ed enormi potenzialità offerte dall’ibridazione cinema-fumetto e alle loro reciproche influenze.
Un’opera che nel suo forte ma mai eccessivo utilizzo delle tecnologie digitali è un ottimo esempio, quasi sperimentale, delle prospettive e delle possibilità del cinema del futuro.
Sin City pertanto è un film caldamente consigliato sia agli amanti del cinema noir che a quelli del cinema tratto da fumetti.


mercoledì 16 settembre 2009

Anco alle puce ni viene la tosse

In questa nota vorrei porre all'attenzione dei miei cinque lettori un disco molto bello e divertente.

I gatti mézzi
Anco alle puce ni viene la tosse (2006)
Autoproduzione
17 brani – Durata 51’ 14’’

Nel luglio 2006 è uscito “Anco alle puce ni viene la tosse” primo album autoprodotto de “I Gatti Mézzi” duo d'impronta jazz nato dal connubio tra i pisani doc Tommaso Novi, pianista, compositore e fischiatore d’eccellenza e Francesco Bottai, chitarrista e cantante.
Questo disco, distribuito principalmente durante i numerosi eventi live del gruppo, è composto da diciassette tracce, di cui sedici cantate in vernacolo pisano, che strizzano l’occhio ad un tipo di composizione ironica, sperimentale, colta e irriverente ai limiti del goliardico che scivola su melodie che spaziano dal jazz allo swing passando per le sonorità della più raffinata musica popolare.
Un mondo musicale di riferimento composto da grandi nomi della musica italiana come Giorgio Gaber, Paolo Conte, Enzo Jannacci, Fred Buscaglione e dal jazz francese manouche alla Django Reinhardt.
A dimostrazione di questa affermazione, si nota come il primo pezzo della variegata e divertente tracklist di questo CD sia una rivisitazione dello standard “Blue Drag” reso famoso dal chitarrista gitano.
Tra i rimanenti brani, composti e cantati per metà da Tommaso Novi e per metà da Francesco Bottai che alternano l’autobiografismo dell’uno allo stile immaginifico dell’altro e raccontano la città di Pisa in tutte le sue sfaccettature e contraddizioni, spiccano titoli improbabili ed evocativi come: “Bimbetto scalmanato”, un romanzo di formazione in quattro minuti, “Ragtime der trugolone”, e “Bello ‘r mi’ Arno”, una dichiarazione d’amore per il fiume toscano.
Il duo si trasforma anche in un quartetto, infatti nei pezzi live “Monkerino” e “I nostri porti” hanno suonato anche il batterista Matteo Consani e il contrabbassista Matteo Anelli arricchendo l’ensemble di nuove sonorità.
A testimonianza della varietà e validità delle fonti di ispirazione del disco e delle capacità vocali e musicali del duo bisogna segnalare infine che nel 2007 I Gatti Mézzi hanno vinto il Premio Ciampi (omaggio a S. Ronzani) per i brani “Tragedia dell’estate” e “La zuppa e ‘r cacciucco”.
Alla luce di quanto scritto quindi, non si può che consigliare l’ascolto di questo disco e augurarsi che realtà come queste che, pur non prendendosi troppo sul serio, esprimono musica di altissimo livello vengano allo scoperto sempre più spesso.

martedì 8 settembre 2009

Elio personaggio di un fumetto!

Colgo l'occasione con questa nota per ringraziare vivamente l'amico Mauro Smocovich per avermi permesso di realizzare uno dei miei tanti sogni inconfessati, apparire come personaggio di un albo a fumetti.
Nel numero 9 della testata della casa editrice umbra Star Comics "Cornelio Delitti d'autore" (qui sotto la copertina) uscito in tuttl le edicole italiane i primi di settembre,

Cornelio 9 copertina
che già dal titolo "Storia di un burattino" si richaima ad uno dei romanzi toscani da me più amato e collezionato di cui possiedo quasi 70 edizioni illustrate, Pinocchio, sceneggiato dallo stesso Smocovich e disegnato dalla vercellese Paola Camoriano appare un personaggio con le mie sembainze, il pupazzo Demian.

Io

Demian

Rassicurando chiunque abbia letto il suddetto albo che "... non sono così cattivo e schizzoide ma mi hanno disegnato così!", rinnovo i ringraziamenti al buon Mauro e alla brava Paola Camoriano.

venerdì 28 agosto 2009

Versilia in musica [3]

Continua la rubrica Versilia in musica con la proposta di un'intervista da me realizzata ad uno dei gruppi più originali nel riproporre la musica del poeta e cantautore genovese Fabrizio De Andrè, i Kinnara.


Due chiacchiere con i Kinnara


Tra i migliori interpreti della musica di Fabrizio De Andrè in Italia i Kinnara, il cui nome prende spunto da personaggi della mitologia indiana, si sono formati alla fine del 2001 a Massarosa.
Paolo Pardini e Giovanni Bianchini, ottimi musicisti e amici di vecchia data, hanno sentito “l'obbligo” e il dovere di fare un omaggio a Fabrizio De Andrè e con l’aiuto di Sergio, memoria storica deandreiana e fratello maggiore di Paolo, sono riusciti in poco tempo a creare un gruppo omogeneo, che, pur avendo all’interno musicisti di diverse estrazioni, tutti provenienti dalla provincia di Lucca, è riuscito ad entrare nello spirito e nella poetica del grande cantautore genovese.
Nel 2002 cominciano le prime poche uscite, con favorevolissima accoglienza di pubblico e di critica, proseguite negli anni a seguire sempre più numerose.
Per quanto riguarda la loro produzione discografica, hanno pubblicato nel 2005 un CD, “Il disordine dei sogni” ormai esaurito, interamente dedicato a Fabrizio De Andrè, con dieci canzoni registrate in studio e due pezzi live mentre da poco è uscito un album, “11 Gennaio ‘09”, n cui il cantante dei Kinnara Paolo Pardini e il violinista Jan Rafael Tvrdy reinterpretano, con insolito spirito filologico, dieci brani del grande poeta e musicista ligure.
Sergio Pardini e i Kinnara stessi hanno voluto rispondere ad alcune mie domande.
Quindi senza perdere altro tempo lascio a loro la parola!

Per chi non vi conoscesse potete presentarvi? In due parole chi sono i Kinnara?
I Kinnara in realtà non sono un gruppo chiuso ma un progetto che cerca di portare in giro, dove è possibile, la musica cosiddetta d’autore, definizione che non amo ma che rende l’idea, ed in particolare le parole e gli arrangiamenti delle canzoni di Fabrizio De Andrè.
Vari musicisti, anzi suonatori, musicista è altro, si sono alternati in questa realtà, alcuni essendo presenti solo in varie situazioni, altri compiendo un cammino più lungo e omogeneo con la band, ma sempre tutti rispettando lo spirito del gruppo.
L’unico membro fisso resta Paolo, il cantante, la cui simbiosi vocale con Fabrizio penso sia “colpa” mia, fratello molto più grande di lui, che lo “costringeva”, a quattro anni, ad addormentarsi con “Fila la lana” o “Il re fa rullare i tamburi” se non con “La guerra di Piero”.
Il nome Kinnara è mia colpa o mio merito chissà.

Dalla famosa festa di Liberazione in cui nel 2001 Paolo Pardini e Giovanni Bianchini ebbero l’idea di esibirsi suonando canzoni di De Andrè dando così origine al primo nucleo dei Kinnara come si è evoluta la formazione del gruppo?
Il gruppo iniziale, quasi sperimentale, di cui mi prendo la responsabilità di aver collaborato alla creazione, era composto da soli quattro elementi, oltre ai citati Paolo e Giovanni, c’erano Roberto Baccelli, pianista classico, e Massimo Martinelli chitarrista - bassista autodidatta.
Furono una diecina i concerti in un paio di anni, la prima “jam session” di prova fu all’inizio del 2001 e il primo concerto nel giugno dello stesso anno.
Poi per varie ragioni Massimo e Roberto non furono più in grado di partecipare assiduamente quindi subentrarono Tiziano Bonelli, chitarrista di estrazione rock, Massimiliano Grasso, fisarmonica del gruppo Esterina ex Apeiron, Gabriele Boschi, flauto diplomato al conservatorio e Alessio Previtera, bassista.
Nel corso degli anni poi si sono alternate varie coriste, Sara, Monica, India e Samuela.
Questa formazione è rimasta simile fino al 2007, quando Massimiliano e Giovanni per impegni con gli Esterina, uscita del loro primo CD e concerti successivi, e Alessio per problemi di lavoro, hanno lasciato il posto a Cristiana Cattani, basso, Alessandro Matteucci, batteria, e Andrea Garibaldi, tastiere.
Tutti questi cambiamenti non hanno però influito sugli arrangiamenti già preparati e studiati in precedenza, ogni nuovo arrivato ha aggiunto semmai il proprio talento e la propria cultura musicale.
Probabilmente in futuro potranno avvicendarsi o integrare con noi ancora altri “suonatori”.
Ah! Io, Sergio, lo scrivente, continuo ad esserci, memoria storica Deandreiana e critico attento alle prove, per troppa benevolenza definito direttore artistico del gruppo, o anche con dolcezza “grande vecchio”.

Dopo una quasi decennale attività di cover band di Fabrizio De Andrè che vi ha portato numerosi consensi, visto le indubbie capacità vocali e musicali del gruppo non avete mai pensato di proporre, magari affiancandole alle canzoni del grande cantautore genovese, vostre produzioni originali?
In alcuni concerti proponiamo pezzi originali, scritti da me e da Paolo, di solito due o al massimo tre, che hanno avuto anche buon riscontro e apprezzamento da parte del pubblico.
Senza peccare di modestia, è nostra intenzione di aggiungere o cambiare di volta in volta questi brani scegliendo quelli più adatti tra i molti che abbiamo “nel cassetto” da tempo.

È da poco uscito, dopo “Il disordine dei sogni” del 2005 ormai esaurito, un CD, “11 Gennaio 09”, in cui il cantante dei Kinnara Paolo Pardini e il violinista Jan Rafael Tvrdy reinterpretano dieci pezzi del grande poeta e musicista Fabrizio De Andrè.
Potreste spiegare a coloro che non sono pratici della biografia di De Andrè perché avete usato questa data come titolo dell’album?
Il primo CD aveva come titolo una frase estrapolata dall’intro de “La canzone del maggio”, …cantavano il disordine dei sogni i cuccioli del maggio era normale… il secondo ricorda una data più triste, il decennale della scomparsa di Fabrizio.
Il 13 gennaio 1999 ero a Genova ai suoi funerali, l’Ave Maria in sardo riempì il piazzale della chiesa all’uscita della bara, e fu un momento…

Fabrizio De Andrè è stato considerato una sorta di punto di riferimento culturale per i giovani di quaranta anni fa, pensate che il suo messaggio sia ancora attuale?
De Andrè non ha mai parlato di mandare messaggi particolari, …io non ho nessuna verità assoluta, spero solo di avervi dato qualche piccola emozione….Come si fa a non ritenere attuali, il rispetto degli umili e dei cosiddetti diversi, l’odio per qualsiasi forma di violenza o di guerra, il non rincorrere sempre e comunque, a qualsiasi prezzo, solo il profitto,
Lo conosciamo bene
il vostro finto progresso
il vostro comandamento
ama il consumo come te stesso
e se lo avete osservato
fino ad assolvere chi ci ha sparato
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
voi non avete fermato il vento
gli fate solo perdere tempo,
voi non avete fermato il vento
gli fate solo perdere tempo.

(testo inedito delle Canzone del Maggio)
come non si può ancora amare la sua poesia che è anche d’amore perché no,
“ non ti ho detto mai niente e tu aspettavi,
ti volevo compagna di viaggio,
ma il timore di urtarti e l’imbarazzo di un età da naufragio,
mi chiusero la voce”.

La cosa che colpisce di più nel sentirvi suonare sono gli arrangiamenti estremamente moderni che accompagnano testi scritti, in alcuni casi, oltre trent’anni fa.
Con questa considerazione colgo l’occasione per porre due domande.
Chi si occupa all’interno del gruppo della parte musicale?
Non pensate poi che questo commento musicale, estremamente movimentato, possa sviare l’ascoltatore dalla comprensione dei testi che per De Andrè, che affermava “La canzone è un testo cantato, poi la musica può esser più o meno bella, tanto meglio se è bella, ma deve accordarsi soprattutto con il testo”, sembrano essere parte fondamentale della sua poetica?
La scelta di arrangiamenti più moderni, ma mi permetto di dire originali, in quasi tutti i pezzi, kinnariani, è proprio dovuta al fatto che il nostro intento era di attirare anche le giovani generazioni, coinvolgendole prima musicalmente, in modo che poi potessero anche riflettere sui testi e sulle parole.
Nel gruppo non c’è un addetto agli arrangiamenti è un lavoro collettivo, anche se devo dire che Massimiliano agli inizi è stato “geniale” in molte canzoni.
Poi che Fabrizio non pensasse anche alla parte musicale è da discutere, si sa che lui personalmente ha scritto non molte parti musicali delle sue canzoni, se non agli inizi della sua carriera, poi ha sempre avuto e si è scelto, collaboratori di grandissimo livello, anche qui si manifesta il suo genio nello scegliere o trovare grandi musicisti, e ogni volta la loro musica sembrava fondersi magicamente con i testi , da Bubola a Fossati, da De Gregori a Nicola Piovani, a Piero Milesi.
Pensando ad un giovanissimo e sconosciuto Nicola Piovani, che ha musicato “Non al denaro non all’amore né al cielo” e “Storia di un impiegato”: due LP dei primi anni settanta, oggi premio Oscar per “La vita è bella di Benigni” ci si rende conto di come Fabrizio intuisse la bravura dei suoi coautori e tenesse molto alla parte musicale.

Considerando l’abbassamento della cultura media degli italiani c’è sempre molta gemete che è disposta a seguire un concerto in cui vengono riproposti brani dalla difficile comprensione per la massa?
Qual’è l'età media del vostro pubblico?
Purtroppo la tua prima affermazione è giusta, si torna al pensiero di Fabrizio, il “potere” in quanto tale preferisce una media ignoranza, mi viene in mente una canzone di Jannacci e Dario Fo, “Ho visto un re”, ….e sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam, e allora via con le veline e le notizie futili o gossip come dici tu e vendite a rate e vacanzieri allegri.
L’età media?
I Kinnara, nella mitologia indiana, erano i musici celesti forniti di ali per volare in cielo e allietare gli dei con la loro musica.E se sicuramente i visitatori della Festa erano ben lungi dall’essere divini, certo è che vedere ragazze poco più che quindicenni cantare a squarciagola “Bocca di rosa” oppure “Il pescatore”, dimenticandosi che il cono fragolalimone che giace nella loro mano destra si sta mestamente sciogliendo , vicine a attempati cinquantenni con gli occhi lucidi, intrappolati dalla malinconia di “Geordie”, fa decisamente una piacevole impressione.
(da un articolo di Matteo Vacchi –Festa Nazionale Unità Genova)

Passando al gossip più bieco quali pezzi di De Andrè, se ce ne sono, i Kinnara si divertono a suonare di più?
Credo che non ci sia una canzone in particolare che ci piace suonare di più, fa impressione come il pubblico, composto di giovani e “vecchi”, si emozionino con “La canzone dell’amore perduto”, quando già alle prime note del violino scappa un applauso, e poi, classico ma ancora emozionante, “La canzone di Marinella” cantata nelle strofe finali da tutti gli spettatori.

Infine c’è una domanda che non vi è stata posta a cui vorreste rispondere?
Una domanda?
Perché nonostante non ci siano “lauti” guadagni, il tempo per le prove e per i concerti rubati al lavoro o agli amici o alla famiglia, continuate con apparente entusiasmo?
La risposta : forse chi ci ha visto in concerto vede negli occhi dei Kinnara la gioia e il piacere di suonare insieme queste poesie musicate.
Poi il resto viene sempre da sé i tuoi “Aiuto” saranno ancora salvati
io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.

Saluti
Sergio Pardini e i Kinnara

domenica 23 agosto 2009

Versilia in musica [2]

Continuiamo a parlare di realtà musicali versiliesi descrivendo il lavoro di un gruppo hip hop, genere che ha avuto una diffusione relativamente recente nel panorama italiano, che opera tra la Versilia e La Spezia, sperando che questo Ep appassioni tutti quelli che vogliano ascoltarlo come ha appassionato me.


Latobesodelafazenda
Al gran teatro dei burattini/Puralienazione (rmx ‘08)


“LatobesodelaFazenda” è un progetto di matrice hip hop nato tra la Versilia e La Spezia, fondato da tre emcees, Emilio Rezzonico, Giggino Tone e Danilo Othavio provenienti da differenti esperienze nell'ambito della musica rap.
L'intento di questi musicisti è sempre stato quello di creare brani che risultassero equilibrati nella forma e nel contenuto e toccassero le tematiche e i sounds più svariati
Uno dei lavori più recenti distribuito da questo gruppo, che si inserisce nell’ottica sopra citata, è “Al gran teatro dei burattini/Puralienazione (rmx’08)”, un singolo modesto ma coraggioso, uscito nel 2008, prodotto e musicato dal fonico e producer SensiGiulio in collaborazione con DJ Keynote e il bassista Diego “Tritafunk” Piscitelli.
Quest’opera, presentata su un disco in vinile 12” con CD singolo allegato che contiene gli stessi brani del vinile per chi non può godersi il suono di un giradischi, è composta da tre tracce, che tramite metafore esplicite toccano tematiche sociali scottanti, molto equilibrate nella musica e nei testi.
L’Ep, che comunica grande energia ed emozioni, si apre con una “Intro” della durata di un minuto e mezzo dove i musicisti, tra basi e tricks molto arditi, si presentanoall’ascoltatore.
Segue “al Gran Teatro dei Burattini” un pezzo che colpisce e fa riflettere per il paragone tra la vita e il mondo e un grande corso mascherato, un teatro dove tutti siamo burattini manovrati da non meglio identificati burattinai.
Conclude questo singolo la traccia “Puralienazione (rmx’08)”, remix di un brano uscito sul web per una compilation prodotta da Erma di Imperia, che mette in evidenza la deriva verso cui sta andando l’individuo e che gli autori sembrano voler combattere.
Parlando delle specifiche tecniche del disco bisogna sottolineare numerosi lati positivi.
Il testo, a differenza di quello che accade per numerosi gruppi hip hop nazionali e stranieri, è ben scandito e comprensibile e le rime non sono mai banali.
Un applauso inoltre, va fatto al produttore per l’ottima masterizzazione e il suono limpido e chiaro che rendono l’ascolto estremamente piacevole.
Un ultimo aspetto da mettere in evidenza sono i contenuti dell’album che testimoniano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che quello della generazione senza valori, senza ideali, senza sogni, buttata via davanti alla televisione e ad internet sia un concetto abusato da quegli adulti che non hanno voglia di ascoltare la voce dei giovani.
Alla luce di quanto scritto quindi, bisognerebbe auspicarsi che prodotti come questo potessero trovare una distribuzione più capillare e spronare i giovani a uscire fuori dai loro gusci e a testimoniare il loro sentire.

giovedì 20 agosto 2009

Versilia in musica [1]

Cominciamo a parlare delle realtà musicali versiliesi presentando la recensione di un bellissimo CD di un gruppo, gli Esterina, che viene da un piccolo paese dell' entroterra a pochi chilometri dal mare di Viareggio, Massarosa.
Il progetto Esterina è tutto ciò che i più definirebbero anti-commerciale, sound, semplice ma alla stesso tempo ricercato, che viene dal cuore e testi che vengono dal vissuto della campagna.
Nonostante ciò questo quintetto ha ottenuto una ribalta insperata ma duramente cercata, col sudore del sacrificio e la forza della coerenza, al punto da aprire nel 2008 i concerti di Vasco Rossi a Roma e Milano.
Quindi senza perdere altro tempo andiamo a presentare questo lavoro.

Esterina - diferoedibotte (2008)

Mia nonna si chiamava Esterina, veniva da un piccolo paesino fra i monti della mia terra e ogni mattina alle prime luci dell’alba si infilava un paio di stivali marroni logori, lacerati dal tempo e dalla fatica quotidiana e andava a lavorare i due ettari di terra che i suoi genitori, entrambi contadini, le avevano lasciato.
Con queste parole si presenta Fabio Angeli, chitarrista, cantante e leader degli Esterina, gruppo, formato oltre che da lui da altri validi elementi come: Giovanni Bianchini alla batteria, Giovanni Butori al basso, Alessandro Frediani al vibrafono, diamonica, theremin, synth e campionamenti e Massimiliano Grasso alle tastiere, fisarmonica ed elettronica, il cui esordio discografico, “diferoedibotte”, è uscito nel maggio del 2008, prodotto da Guido Elmi per l’etichetta bolognese Nopop e distribuito da EMI.
Esterina, band nata nel 1994 a Massarosa, piccolo paese della Toscana a ridosso della Versilia prima di essere Esterina è stata per dodici anni Apeiron.
Con questo nome il quintetto toscano ha attraversato un decennio di musica, ha cercato nel rock le proprie ragioni e allo stesso tempo è andato molto oltre.
All’inizio della loro attività musicale infatti, si poteva rintracciare nei brani della band massarosese richiami a gruppi come The Doors, King Krimson e Area.
Successivamente gli interessi ed i punti di riferimento si sono frammentati in un orizzonte più vasto, eterogeneo e meno imitatorio, a vantaggio di una poetica personale che si è sviluppata nella ricerca formale e comunicativa intorno e oltre la forma canzone.
Questo modo di fare musica ha dato origine ad un album in cui l’ascoltatore si confronta con brani in cui una struttura musicale che riesce a combinare con naturalezza la capacità di rottura e la grazia della canzone d’autore italiana, l’immediatezza e la malinconia delle ballate popolari, intagli e accelerate elettriche che si impastano a battiti sintetici, ottenuta con strumenti propri di un trio rock, batteria, chitarra elettrica e basso, miscelati ad elettronica, sintetizzatori analogici, theremin, vibrafono e fisarmonica, fa da sfondo e da commento a testi che mischiano in modo sapiente la lingua italiana ad espressioni ed inflessioni proprie della terra toscana.
Le dodici pregevolissime tracce di cui si compone il CD, potenti e sentite che costituiscono una denuncia verso la società e un attaccamento a valori autentici, si focalizzano su un’analisi lucida della superficialità del mondo moderno, che si contrappone all’autenticità e alla semplicità dell’uomo di campagna.
Ciò è evidente nella trascinante “Razza di conquista”.
Ma soprattutto parlano di capacità d’indignazione, come in “Senza resa”, e di personaggi finti che hanno nella convenienza e nell’accumulo di credito la loro ragione di vita come quelli che sono dipinti nel brano “Baciapile”.
Alla luce di quanto scritto si può quindi affermare, senza paura di smentite, che questo degli Esterina è un disco d’esordio che difficilmente passerà inosservato e augurarci che gruppi come questi si affaccino sempre di più nel panorama musicale italiano.

lunedì 17 agosto 2009

Versilia in musica

La Versilia è da sempre una zona molto attiva in campo musicale.
Lo testimoniano le diverse realtà che in questi ultimi anni sono emerse ottenendo numerosi consensi.
A questo proposito mi piacerebbe usare oltra a Facebook anche il mio blog per parlare dei CD, appartenenti ai più disparati generi, e dei numerosi gruppi della mia zona, che suonano in maniera più o meno professionale, per favorire la diffusione musicale di band appartenenti alla mia area di provenienza.
Per questo per chi mi voglia consigliare l'ascolto di un disco suggerire dove poter vedere dal vivo un gruppo o sottoporre demo o registrazioni può contattarmi oltre che su Facebook e su questo spazio anche all'indirizzo mail: cthulhu1979@hotmail.com


Elio

venerdì 14 agosto 2009

Crêuza de mâ

Il pezzo di cui si parla nella nota sottostante è considerato da parte di critica e pubblico una delle pietre miliari della musica degli anni ottanta e, in generale, della musica etnica.

Crêuza de mâ è la canzone d'apertura che dà il titolo all'omonimo album del 1984, l'undicesimo registrato in studio di Fabrizio De André.



Questo disco è stato ed è considerato da parte della critica una delle pietre miliari della musica degli anni ottanta e, in generale, della musica etnica tutta.
David Byrne, nusicista compositore e storico produttore discografico americano, ha dichiarato alla rivista Rolling Stone che Creuza de ma è uno dei dieci album più importanti della scena musicale internazionale degli anni ottanta, e la rivista "Musica & Dischi" lo ha eletto migliore album degli anni ottanta.
Tutte le canzoni di questo LP sono in lingua genovese, idioma antico ricco di influenze mediterranee, tanto che il disco risultò di difficile comprensione linguistica persino per gli stessi genovesi.
Si tratta di una scelta che andava, nel 1984, contro tutte le regole del mercato discografico e che, contro ogni aspettativa, ha segnato il successo di critica e di pubblico dell'album, il quale ha infatti segnato una svolta nella storia della musica italiana.
In realtà, il disco doveva essere, originariamente, in una lingua mista, composta da idiomi diversi, propri di un marinaio che, navigando ormai da lunghi anni, si sente sia genovese, sia barcelloneta, sia arabo, e così via.
Si è poi deciso di utilizzare la lingua genovese poiché De André riteneva che rappresentasse già un misto di parole derivanti da lingue diverse.
Al centro dei testi vi sono i temi del mare e del viaggio, le passioni, anche forti, e la sofferenza.
Questi temi vengono espressi anche sul piano musicale attraverso il ricorso a suoni e strumenti tipici dell'area mediterranea, nonché all'aggiunta di contributi audio registrati in ambienti portuali o marinareschi, come quello raccolto al mercato del pesce di Piazza Cavour a Genova.
Tornando ad analizzare la canzone possiamo notare che la parola crêuza in genovese significa "sentiero" o "viottolo".
In questo caso la crêuza di ma è però riferibile in maniera allegorica a un preciso fenomeno meteorologico del mare, altrimenti calmo, che sottoposto a refoli e vortici di vento assume striature contorte argentate o scure, simili a fantastiche strade da percorrere.
Infatti prendere per "i viottoli del mare" è sinonimo della possibilità, o della necessità, di scegliere la via, intraprendere il viaggio, reale o ideale.
Il pezzo, considerato tra le più alte espressioni artistiche di Fabrizio De André e dell'intera canzone d'autore italiana, è interamente in lingua genovese.
Il testo è incentrato sulla figura dei marinai, e sulle loro vite da eterni viaggiatori, e racconta il loro ritorno a riva, quasi come estranei.
De André parla magistralmente delle loro sensazioni, la loro narrazione delle esperienze provate sulla propria pelle, la crudezza d'essere in balìa reale degli elementi; poi affiora una ostentata scherzosa diffidenza che si nota nell'assortimento dei cibi immaginati, accettabili e normali, contrapposti ad altri, come le cervella di agnello, o il pasticcio di lepre di coppi, decisamente e volutamente meno accettabili, e citati evidentemente per fare ironia sulla affidabilità e saldezza dell'Andrea.
Alla fine probabilmente la necessità o la loro scelta di vita, li riporterà al mare.
L'album è stato reinterpretato nel 2004 da Mauro Pagani, che ne ha rinnovato l'arrangiamento aggiungendo quel tocco di esotismo che caratterizza la sua musica: oltre alle tracce già presenti nel disco originale, in 2004 Creuza de mä sono contenute Al Fair, introduzione vocalizzata nello stile dei canti sacri della Turchia, Quantas Sabedes, Mégu Megùn, contenuta nel disco di De André Le nuvole e Nuette, opera mai pubblicate a nome "De André".

Per chi volesse ascoltare questo brano:

lunedì 1 giugno 2009

Abbonatevi a "Il Fatto"

Amici, voglio condividere con voi questo appello.
Se non ci hanno raccontato storie, e visto le firme coinvolte, tra cui i giornalisti Pino Corrias, Peter Gomeze e Marco Travaglio, sono propenso a pensare che non l'abbiano fatto, avremo finalmente un quotidiano atipico che mostrerà agli italiani un modo nuovo e pulito di fare informazione.

Ci siamo. Il conto alla rovescia è cominciato. A settembre, finalmente, avremo un giornale nuovo, libero, tutto nostro. Un giornale eccentrico, rispetto agli altri. Un fatto nuovo.
Perché?
1) Racconterà i fatti, fin dalla sua testata. Darà le notizie, le analisi e i commenti che gli altri non danno, o nascondono. Parlerà dei temi che gli altri ignorano.
2) Non avrà padroni: la società editoriale è composta da alcuni piccoli soci, compresi noi giornalisti, che partecipano con quote equivalenti a un progetto comune: un quotidiano fatto solo per i suoi lettori. Senza vincoli né sudditanze ai poteri forti, politici, finanziari e industriali, che usano i giornali per i loro interessi.
3) Non chiederà né avrà finanziamenti pubblici concessi da questo o quel partito.
4) Nascerà solo se avrà dei lettori interessati ad acquistarlo, e a leggerlo.
Nel paese dei giornali senza lettori, mantenuti in vita dai contribuenti, anche e soprattutto da quelli che non li comprerebbero mai, noi faremo il nostro giornale soltanto se avremo un numero di lettori sufficiente per mantenerlo in vita.Per questo vi chiediamo di abbonarvi subito: il prezzo della nostra libertà di informare e del vostro diritto di essere informati dipende dal numero di copie che i lettori acquisteranno in edicola, ma soprattutto dagli abbonamenti che raccoglieremo prima di partire. Più abbonamenti, più libertà.Il nostro giornale avrà 16 pagine, tutte a colori. Uscirà sei giorni a settimana, tranne il lunedì. Sarà un giornale di carta e un giornale web. Sarà diretto da Antonio Padellaro. Avrà una redazione di giovani agguerriti. Si avvarrà di un gruppo di firme, di inviati di punta e di autori satirici che hanno condiviso con noi la lunga battaglia contro il regime berlusconiano, senza sconti per un’opposizione troppo spesso complice. Li scoprirete via via nell’apposito spazio “AnteFatto”. Con tutte le indicazioni per abbonarvi e diventare subito soci fondatori del nostro giornale (ricevendolo per posta, possedendo un coupon da presentare in edicola, scaricandolo in rete dopo la mezzanotte, e così via).Nell’attesa - che sarà breve - dell’AnteFatto, ecco i riferimenti dell’ufficio che fin da oggi riceverà le vostre prenotazioni per l’abbonamento:
telefono 02-66506795
fax 02-66505712


Dipende da tutti voi, anzi da tutti noi.
Marco Travaglio
(Vignetta di Bandanas)

domenica 31 maggio 2009

Pulp: dalle origini ai giorni nostri…

Il pulp è un genere letterario che propone vicende dai contenuti forti abbondanti di crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre.
Con questo articolo si vuole proporre un breve excursus su questa corrente e analizzarne le modalità e il contesto storico in cui è fiorita.


Il genere pulp, a cui ai giorni nostri va tanto di moda riferirsi con poca cognizione di causa, nasce negli Stati Uniti nei primi anni ‘20 del ‘900 con romanzi e racconti lunghi pubblicati a puntate su riviste, le cosiddette Pulp Magazine.
Il nome di queste pubblicazioni, ricordate principalmente per le storie che presentavano, sfacciate, violente e qualche volta oscene e per le loro copertine sexy o raccapriccianti, il cui prezzo variava dai dieci centesimi al quarto di dollaro, deriva dalla carta con cui venivano stampate, ottenuta dalla polpa dell’albero, in inglese pulp, e quindi di qualità più scadente rispetto a quella ottenuta dal resto del tronco.
Le riviste pulp spesso contenevano un’ampia varietà di generi, tra cui il poliziesco, il fantascientifico, il western, l’erotico, l’horror e il noir.
È negli anni ‘30 che il genere conosce il suo apice con riviste storiche come: Weird Tales e The Strand.
Molti romanzi classici della fantascienza e del giallo infatti, dal linguaggio, dalle ambientazioni e dalle trame più crude rispetto a quelli che si leggevano precedentemente, sono stati pubblicati originariamente a puntate su riviste famose di questo periodo come la già citata Weird Tales, Amazing Stories e Black Mask e decine di autori, che oggi sono considerati maestri della letteratura americana, come Howard Phillips Lovecraft, Dashiell Hammett, Clark Ashton Smith, Raymond Chandler e Robert Ervin Howard, hanno cominciato le loro carriere vendendo racconti e romanzi brevi agli editori di queste pubblicazioni.
In Italia questa corrente è stata riscoperta a metà degli anni ‘90 quando un gruppo di giovani scrittori, etichettato con la definizione di “cannibali” per il crudo ed efferato realismo dei loro romanzi, ha rivisitato in chiave contemporanea il genere letterario “pulp”.
Il primo passo di questa riscoperta è la pubblicazione nel 1966 da parte di Einaudi, a cura del saggista ed editor Daniele Brolli, di “Gioventù cannibale”, libro molto riuscito nel panorama della letteratura di genere italiana, un’antologia che raccoglie dieci racconti di autori italiani, che esplorano questo genere letterario in maniera molto diversa tra loro, riuscendo, chi più e chi meno, a regalare un quadro piuttosto sconfortante della nostra società.
Tra questi intellettuali spiccano personalità del mondo letterario e della comunicazione come: Niccolò Ammaniti e Luisa Brancaccio, Alda Teodorani, Aldo Nove, Daniele Luttazzi, Andrea G. Pinketts, Massimiliano Governi, Matteo Curtoni, Matteo Galiazzo, Stefano Massaron, Paolo Caredda, la maggior parte dei quali al proprio esordio letterario.
Altri scrittori che per tematiche e linguaggio si possono accostare a questa corrente sono: Giuseppe Caliceti, Enrico Brizzi, Tiziano Scarpa e Isabella Santacroce.
Questi narratori giovani e giovanissimi, sono nati per la maggior parte negli anni ‘60 e ‘70, giocano con la scrittura, sperimentano nuovi codici: frasi corte, scene violente, personaggi dalla psicologia impenetrabile e complessa e situazioni grottesche che sfiorano il limite del verosimile.
Ai modelli letterari, che comunque rimangono prevalentemente americani, adorano Stephen King e Joe Lansdale, vengono preferiti i nuovi media: televisione, fumetti e videogames che questi autori conoscono moto bene ed a cui la loro scrittura si ispira.
Quello che ne viene fuori è una letteratura diversa rispetto alle correnti precedenti per linguaggi e tematiche, un fenomeno sociologico oltre che letterario, perché è dalla società che vengono attinti trame e linguaggi narrativi, che poco hanno a che fare con l’italiano alto.
Anche le citazioni, dove ci sono, vengono ripescate nella cultura popolare, negli spot pubblicitari, nei film, nei cartoni animati e nei video giochi.
Questo accade perché questi scrittori sono nati, per la maggior parte, verso la fine degli anni ‘60, in pieno boom economico e quindi sotto il segno della televisione e del consumo sfrenato.
Non è un caso dunque che questa generazione di autori utilizzi il linguaggio della pubblicità, il turpiloquio dei talk show televisivi, o le espressione gergali comuni tra le bande di quartiere e che, al posto di descrizioni paesaggistiche evocative, vengano preferiti spazi come cinema, grandi magazzini e centri commerciali.
Da ciò si evince che il genere pulp, definito da molti critici bacchettoni una “moda”, è invece una tendenza della società attuale, che trova sempre più spazi tra diversi generi artistici, pittura, letteratura, musica, cinema, fumetto.
Non sono spazi autonomi, ma comunicanti, che favoriscono l’interazione tra le arti, quasi a sottolineare un’aspirazione alla multimedialità che, nell’epoca dei computer e di internet, sta pian piano cambiando il modo di fruizione dell’opera stessa.
Un’ultima curiosità da mettere in evidenza per chiudere questo breve excursus su questa corrente è che erroneamente oggi si tende a indicare con il termine pulp tutti quelle pellicole che propongono contenuti forti e che abbondano di crimini violenti ed efferatezze, in particolar modo dopo l’uscita nel 1994 del film Pulp Fiction di Quentin Tarantino, anche se in realtà nel mondo del cinema ciò che viene considerato pulp dovrebbe essere chiamato exploitation, essendo il pulp un genere più propriamente letterario.

domenica 22 febbraio 2009

…sono sempre i migliori che se ne vanno… ADDIO DIRETTORE!

Un grave lutto ha colpito il mondo del giornalismo italiano! Si è spento stamani a 78 anni Candido Cannavò, storico direttore della Gazzetta dello Sport.

Candido Cannavò è morto stamattina, 22 febbraio, alle 8.48 alla clinica Santa Rita di Milano dove era stato ricoverato giovedì scorso in seguito di una emorragia cerebrale devastante che lo aveva colto proprio mentre era nella sede della Gazzetta dello Sport, in via Solferino a Milano.
Catanese di nascita, ha iniziato la sua carriera come giornalista sportivo nel quotidiano della sua terra, “La Sicilia”, dove ha scritto anche di società e costume, a diciannove anni.
Giornalista dall’autentica passione e rigore e dallo stile limpido e impeccabile, che lo ha portato a vincere numerosi premi, Cannavò ha affiancato il giornalismo ad un forte impegno a favore della sua terra, la Sicilia, preoccupandosi inoltre di realtà sociali problematiche come quella delle carceri e dei disabili.
Dal 1952 al 1955 ha ricoperto la carica di presidente del Cus Catania. Nel 1955 è stato ingaggiato come corrispondente da La Gazzetta dello Sport. Successivamente è diventato anche inviato speciale e tra le manifestazioni di cui si è occupato si ricordano alcuni Mondiali di calcio, ben 9 Olimpiadi e moltissimi Giri d’Italia e Tour de France.
Nel 1981 è diventato vicedirettore, poi condirettore e nel 1983 è succeduto a Gino Palumbo come direttore responsabile del quotidiano.
È rimasto in carica 19 anni, fino al 2002, quando è stato sostituito da Pietro Calabrese. Durante la sua carica, la Gazzetta dello Sport si è consolidata come maggiore giornale italiano, ha iniziato la pubblicazione del settimanale Sportweek e ha aperto il proprio sito web. È stato opinionista, sempre per la Gazzetta, e ha curato le rubriche “Candidamente” e “Fatemi capire”.
Per capire cosa ha significato la firma di Cannavò per il giornalismo italiano è doveroso citare quello che l’avvocato Gianni Agnelli ha scritto di lui: “Non sapremo mai ciò che la medicina ha perso (Cannavo sarebbe dovuto diventare un medico) ma sappiamo quanto ci ha guadagnato lo sport e noi con lui”.
A dare la notizia della morte il figlio Alessandro, anch’esso giornalista.
Oggi, per commemorare l’evento, un minuto di silenzio sui campi di calcio.

martedì 10 febbraio 2009

La Ballata della morte


Le vicende di queste ultime ore mi hanno riportato alla mente “La Ballata della Morte”, componimento di uno dei più grandi intellettuali italiani contemporanei, romanziere, poeta e sceneggiatore di fumetti, Tiziano Sclavi.
Alcuni versi di questa ballata di grande impatto, raccolta con altre nel libro dal titolo "Nel buio" del 1993, sono comparsi nelle didascalie delle tavole iniziali del numero 10 di Dylan Dog, nella foto in alto la copertina realizzata dal grande Claudio Villa, dal titolo “Attraverso lo specchio”.
Di seguito il testo:

La Ballata della Morte


Chi è colui così gagliardo e forte
che possa vivere senza poi morire
E da colei ch’è tutto, Madonna Morte,
l’anima sua possa far fuggire?
La Morte schifosa, la Morte lasciva!
La Morte! La Morte! La Morte che arriva!
La Morte, la Morte, dolcissima e amara,
la Morte che avanza nella notte chiara.
La Morte di pietra, la Morte di neve
la Morte che arriva con passo lieve.
La Morte che dona, la Morte che prende,
la Morte che ruba, la Morte che rende,
la Morte che passa, la Morte che sta,
la Morte che viene, la Morte che va.
La Morte che arriva con il suo dolore,
e avvolge ogni cosa con il suo fulgore.
La Morte regina senza scettro e corona,
La Morte! La Morte! La Morte in persona!
La Morte! La Morte! La Morte furiosa,
la Morte maligna, la Morte pietosa,
la Morte sicura, la Morte carogna,
la Morte che ha il muso di un topo di fogna.
Verrà la Morte e i tuoi occhi avrà
e la bellezza tua, vanità di vanità…
Verrà la Morte e porterà con sé
tutto il tuo impero, tutto, insieme a te…
Verrà la Morte e taglierà il legame
così sottile e forte, così bello e infame…
Verrà la Morte, sarà la tua coscienza,
è stata tua compagna in tutta l’esistenza…
Verrà la Morte, e a te che non sei niente
porgerà la mano, in mezzo all’altra gente……
e tu sarai il primo, come vorrà la sorte,
a danzare con lei la danza della Morte!
La Morte bizzarra, la Morte normale,
la Morte che viene a lenire ogni male
la Morte che vive, la Vita che muore,
la Morte! La Morte! La Morte nel cuore!
La Morte ha danzato, la Morte civetta,
la Morte ti ha scelto, la Morte ti aspetta!
La Morte trionfante, la Morte gloriosa!
La Morte! La Morte! La Morte tua sposa!
Verrà la morte e a te che non sei niente
porgerà la mano, in mezzo all’altra gente……
e tu sarai il primo, come vorrà la sorte,
a danzare con lei la danza della Morte!
Verrà la Morte, sarà la tua coscienza,
è stata tua compagna in tutta l’esistenza…
Verrà la Morte e taglierà il legame
così sottile e forte, così bello e infame!
La Morte che vive, la Vita che muore,
la Morte! La Morte! La Morte nel cuore!
La Morte! La Morte! La Morte furiosa!
La Morte trionfante! La Morte gloriosa!
La Morte bizzarra, la Morte normale,
la Morte che viene a lenire ogni male!
La Morte regina senza scettro e corona,
La Morte! La Morte! La Morte in persona!
La Morte, La Morte, dolcissima e amara,
la Morte che viene nella notte chiara.
La Morte schifosa, la Morte lasciva.
La Morte! La Morte! La Morte che arriva!
La Morte sicura, la Morte carogna,
La Morte che ha il muso di un topo di fogna.
La Morte ha danzato, la Morte tua sposa,
la Morte maligna, la Morte pietosa…


Un ricordo affettuoso ad una persona che non c'è più da due anni, mia madre, che commentando questa nota si sarebbe espressa così: ma è possibile che a 30 anni ancora tu non abbia smesso di leggere queste porcherie?

martedì 27 gennaio 2009

Caterina Caselli - Insieme a te non ci sto più (1968)

Mettendo in ordine tra gli scatoloni di 45 giri appartenuti a mia madre mi sono imbattuto nella confezione del vinile della canzone di Caterina Caselli Insieme a te non ci stò più brano per me ricco di significato e legato oltre che a ricordi della mia infanzia a quelli di lunghi pomeriggi passati con gli amici a sorseggiare Martini al bar Irene, zona mercato di Viareggio, dove questa canzone era sempre usata come rilassante sottofondo.
Insieme a te non ci sto più, scritto da Paolo Conte e Michele Virano (musica) e Vito Pallavicini (parole) nel 1968, è uno dei brani del periodo d'oro di Caterina Caselli come interprete, prima dell'abbandono della musica cantata a favore di quella prodotta .
Da molti è considerata uno dei capolavori della musica leggera italiana, tanto da essere reinterpretata dai più disparati artisti tra cui ricordiamo Ornella Vanoni, Franco Battiato, Claudio Baglioni, Alessandro Haber, Avion Travel, Rita Pavone, Elisa e Giusy Ferreri.
È stata colonna sonora di vari film come per esempio Bianca e La stanza del figlio, Tu la conosci Claudia? e Manuale d'amore, nonché Arrivederci amore, ciao (2006), che riprende nel titolo il ritornello della canzone.
Il film, diretto da Michele Soavi, è tratto dall'omonimo romanzo di Massimo Carlotto.

Qui di seguito il testo:



Insieme a te non ci sto più,
guardo le nuvole lassù.
Cercavo in te
la tenerezza che non ho,
la comprensione che non so,
trovare in questo mondo stupido...
Quella persona non sei più,
quella persona non sei tu.
Finisce quachi se ne va, che male fa.
Io trascino negli occhi
dei torrenti d'acqua chiaradove io berrò.
Io cerco boschi per me
e vallate col sole più caldo di te.
Insieme a te non ci sto più,
guardo le nuvole lassù...
E quando andrò
devi sorridermi se puoi,
non sarà facile ma sai
si muore un po' per poter vivere...
Arrivederci amore, ciao,
le nubi sono già più in là...
Finisce quachi se ne va, che male fa.
E quando andrò
devi sorridermi se puoi,
non sarà facile ma sai
si muore un po' per poter vivere...
Arrivederci amore, ciao,
le nubi sono già più in là
Arrivederci amore, ciao,
le nubi sono già più in là